Via Cesare Battisti: “Dimidiatus Menander”

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Mia madre era un tipo piuttosto manesco.

Il mio non è un giudizio, in quegli anni, gli anni Sessanta, picchiare i figli era una pratica piuttosto diffusa; nell’opinione comune era radicata l’idea che per far rigare dritto un figlio era giusto e doveroso fare uso delle botte.

Io ne ho prese tante. Anche i miei fratelli, ma io di più, per via del carattere ribelle che ho sviluppato molto presto.

A discolpa della mamma posso dire che era una persona terribilmente impegnata, su più fronti contemporaneamente: la famiglia con tre figli, la sua ferramenta, talvolta, il   lavoro nell’orto.

Nessuna donna – oggi – riuscirebbe a fare tanto rimanendo equilibrata.

In quegli anni molte donne, come la mamma, si occupavano di un miliardo di cose, da mattina a sera e nessuno aveva niente da ridire. Lo stress da superlavoro non era stato ancora sdoganato.

Quando sono nata, mia madre era reduce da un terribile stress emotivo: la perdita di sua madre. Sono nata in febbraio. La nonna è morta nel mese di aprile dell’anno precedente. La mamma aveva solo venticinque anni, aveva vissuto e provato la tensione della guerra. Tutte cose che, con ogni probabilità, hanno inciso sulla sua personalità, influenzando la capacità di reggere frustrazioni e difficoltà emotive.

Fatto sta che, in certi momenti, diventava una persona estremamente suscettibile: non tollerava insubordinazioni e capricci.

Probabilmente aveva costretto se stessa ad adeguarsi alle durezze della vita senza cedere e voleva che gli altri facessero la stessa cosa.

Pretendeva in particolare di avere davanti soggetti molto malleabili. Mia sorella aveva una personalità capace di adeguarsi al volo alle richieste. Avendo cinque anni più di me ed essendo arrivata per prima, aveva avuto modo di creare una bella intesa con la mamma.

Arrivare per secondi, invece, a volte presenta vantaggi, ma molti sono gli svantaggi, che si presentano via via.

Il mio svantaggio si chiamava testardaggine.

Credo di essere nata avendo bene impressa in mente la frase “Faccio da sola, faccio come mi pare!” – ed entrambe le parti di questa frase avevano il potere di irritare moltissimo la mamma.

Stando a quello che lei amava raccontare, fin da piccolissima avevo rifiutato di mangiare, sfuggivo in continuazione ad ogni tentativo di essere imboccata ed, in effetti, ho un fugace ricordo, legato alla primissima infanzia, in cui sono in braccio a qualcuno, mentre mio padre mi distrae per farmi aprire la bocca, mentre qualche altra persona, lesta, mi ficca in bocca un cucchiaio pieno di qualcosa.

La mamma dava la colpa di tutto al fatto che da piccolissima avevo avuto la “tosse convulsa”, la pertosse, che aveva cancellato via sia il mio appetito, che la mia voglia di essere docile e remissiva.

Anche la mia comparsa sulla scena della vita si era dimostrata complicata: durante il parto – in casa – avevo già rischiato di morire, perché ero grossa (la mamma favoleggiava di un peso di cinque chili, molto improbabile) ed avevo il cordone ombelicale girato ben due volte intorno al collo.

La pertosse, comunque, mi aveva reso una ribelle.

In brevissimo tempo, da bambina angelica, mi ero trasformata in un diavolo da correggere ad ogni costo. E tale sono rimasta per gli anni a seguire.

Oggi so che sicuramente mia madre non aveva gli strumenti per leggere nel suo e nel mio comportamento.

Non era cattiva: semplicemente, allora le cose andavano in questo modo. Con ogni probabilità non le riusciva di padroneggiare l’enorme angoscia di cui si era caricata anni prima, mesi prima, e la scaricava con rabbia su tutto ciò che sembrava non funzionare, che non si adeguava al progetto.

Da quel momento in poi diventai una bambina in lotta perenne con le botte, sempre in agguato.

Bastava un nonnulla, unito alla giornata sbagliata, per vederle arrivare: non mangiare, buttare via il mangiare, fare chiasso, essersi sporcati, aver fatto cadere qualcosa, avere risposto con il tono sbagliato.

Se non bastavano le mani, arrivavano in aiuto una mescola o le ciabatte rigide di plastica.

Tutti i bambini degli anni Sessanta hanno vissuto situazioni come questa. Non ero certo una vittima del sistema. Ma io odiavo “quel” sistema.

Mia sorella evitava accuratamente di sfidare la mamma, mentre per me era diventato una specie di sport: in effetti, quella della sfida al potere è stata una costante della mia vita.

Non ho mai avuto il timore di sfidarlo, pur avendo coscienza delle conseguenze, anche pesanti. Ho sempre cercato di fare di testa mia, a volte in modo decisamente ottuso, ma è il mio temperamento ed è stato sempre difficile tenerlo a bada.

La mamma, invece, non ammetteva sfide: alla prima mossa sbagliata, scattava la ritorsione, le botte.

Non amavo affatto essere picchiata, ma non riuscivo ad essere docile.

Quando lei mi picchiava, sentivo subito arrivare le lacrime, ma per nulla al mondo le avrei dato la soddisfazione di vedermi piangere, di umiliarmi. Allora facevo l’esatto contrario: mi mettevo a ridere.

Più picchiava, più ridevo.

Ovviamente questo modo di fare la indispettiva, e tutto diventava un serpente che si mangia la coda: arrivavano altre botte ad libitum.

C’era un’altra insubordinazione che la faceva impazzire di rabbia: durante la punizione era vietato replicare. Bisognava restare in silenzio. L’ultima parola doveva essere la sua. Io invece, emettevo magari un piccolo suono, ma volevo essere io l’ultima. Anche in quel caso, botte.

Il braccio di ferro era continuo.

Molto spesso Lóla accorreva in mia difesa, si poneva fisicamente tra me e la mamma, rischiando, a volte di prendersi le botte al posto mio.

Questo mi poneva un’altra volta di fronte al dilemma: quale scegliere tra le due?

Da una parte c’era quella durezza non scalfibile, dall’altra le coccole, i piccoli vizi.

Non c’è nemmeno da dire dove poteva dirigersi la mia preferenza, ma la mamma vera era una sola delle due.

Tutto questo, con il passare del tempo, ha fatto di me un “dimidiatus Menander”, una persona incapace di fare bene i conti con la realtà alla quale apparteneva. Quale era la realtà alla quale appartenevo?

La sola capacità che avevo allenato – e bene – era quella di scappare, di cercare rifugio in una dimensione surrogata, costruita su misura, piacevole.

Mi mancava e mi sarebbe mancata a lungo, la capacità di adattarmi alla vita per quella che era, essendo abituata a scappare davanti a ciò che mi faceva soffrire, o mi metteva in difficoltà.

Se nei miei primi anni di vita fui percepita come ribelle, tutto peggiorò nel momento in cui mio fratello mise piede in casa. Diventai improvvisamente responsabile non solo dei piani ideati da me, ma che dai quelli portati a termine da lui.

Per i miei lui – poverino – era il braccio, ma la mente di ogni guaio non potevo essere che io.

Mi trovai dunque ben presto prigioniera di una spirale infernale: mia sorella era la perfezione, che non avrei mai potuto raggiungere, ero troppo cattiva. Del resto non ero nemmeno quel figlio maschio appena arrivato e che tutti trovavano delizioso e bellissimo.

In questi panni da Cenerentola non potevo fare altro che aderire sempre di più al mio personaggio.

Non mi restava altro da fare che arare ben bene il campo da me più amato: quello dello studio. Lì potevo essere solo me stessa e mi riusciva piuttosto bene.

Quello, poi, era un ambito particolarmente caro alla mamma che amava pavoneggiarsi (lo ha fatto per tutta la sua vita) per quella figlia tanto brava a scuola.

Non sapeva ancora che questo sarebbe stato per lei un bel boomerang.

 

 

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