Via Cesare Battisti: Io gioco da sola

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Come tutti i bambini del mondo, ho amato molto il gioco. Ho giocato molto con i miei fratelli, poco con altri bambini, moltissimo da sola.

Abitavamo al terzo piano di un palazzo non antico, ma vecchio.

Oltre il nostro piano si trovava una rampa di scale che portava alle soffitte ed al terrazzo, dal quale si poteva godere una vista magnifica del lago e del paese tutto.

Sui gradini dell’ultima scalinata avevo posizionato tutti i miei giocattoli e lì trascorrevo molto del mio tempo.

Era un posto buio, un tantino sinistro, ma era tutto mio e potevo dare sfogo alla mia creatività, vestendo le mie bambole, creando degli abiti per loro, cucinando dei pranzetti con le mie pentoline.

La Befana mi aveva portato dei mobili in miniatura: avevo a disposizione una casa quasi al completo: armadio, sedie, tavoli, letto e comodini.

Adoravo quei giocattoli.

Come capita sempre, ero capace di immaginare mille storie, che facevo recitare alle mie bambole.

Su quei gradini mi sentivo bene. Amavo quel tipo di solitudine. In realtà non ero affatto sola. La mia fantasia era sempre accanto a me.

Quello di cui, nonostante tutto, sentivo la mancanza, era il gioco con i coetanei.

A scuola, certo, avevo i miei amici, ma non avevo il permesso di andare a giocare da loro. Era proibito. Senza discussioni.

Avrei voluto poter invitare qualche amica, ma invitare a casa era quasi impossibile. Il mio desiderio di vita sociale una volta mi spinse ad inventare un compleanno fasullo, pur di avere il permesso di andare a giocare da una compagna di scuola. Una volta tanto mi avevano concesso la possibilità di andare a trovare qualcuno!

Cominciai a sudare freddo quando la mamma arrivò a casa con un pacchetto con il fiocco da portare come regalo di compleanno.

Quando scoprì che avevo inventato l’evento, si arrabbiò moltissimo e- tanto per cambiare – fui messa in punizione e bollata a lungo come bugiarda. Non ero bugiarda. Mi sentivo sola.

A volte mi affacciavo dalla finestra, a guardare la piazzetta di sotto.

Durante il pomeriggio si riempiva di ragazzini – per lo più maschi – che giocavano e sembravano divertirsi molto.

A noi, a me, non era concesso, tuttavia, di raggiungerli.

“Per strada vanno le ragazzine di strada!” – mi sentivo dire.

Non mi era del tutto chiaro che cosa volessero dire quelle parole. Evidentemente, in quei bambini che si divertivano tra loro,  doveva esserci qualcosa di sbagliato, di losco, che però non riuscivo ad afferrare completamente.

Quando incontravo a scuola quegli stessi ragazzini, a me parevano perfettamente normali – simpatici, avrei detto.

Eppure era vietato frequentarli. Vietatissimo andare a casa loro. Le punizioni sarebbero state atroci.

A volte mi si rispondeva che c’era qualcosa che non andava in certe famiglie. Anche in quel caso non riuscivo a capire: cosa poteva importare a me delle famiglie di qualche amichetta?

Una bambina – come ero allora io – non può  (non poteva di sicuro in quegli anni) capire, cogliere certe sfumature.

Un sospetto, in realtà, lo ebbi, molto di sfuggita, una sola volta.

Andai, piena di terrore, in una delle case “proibite”: andai, nonostante il fatto che la famiglia fosse nella “lista nera”. Dopo essere entrata vidi un numero imprecisato di bambini di tutte le età, che andavano a venivano per le stanze, gridando parolacce irripetibili. Nessun adulto presente a vigilare. Libertà assoluta.

Affascinanti!

Mentre me ne stavo lì, gironzolando per quelle stanze, vidi un mucchio di riviste poggiate su una sedia, in cucina, in un ambiente dove i bambini circolavano, anche in quel momento: mi caddero gli occhi su una pagina illustrata, su cui c’era una grande quantità di persone nude, maschi e femmine, tutti insieme. Alcuni si baciavano. Altri facevano cose che non riuscivo a capire.

Distolsi gli occhi, con grande imbarazzo, perché comunque colsi la stranezza di quella situazione.

A casa nostra, l’unica rivista che si leggeva con regolarità era Famiglia Cristiana e lì non c’erano immagini simili a quelle che avevo appena osservato.

Avevo visto delle figure nude, certo, ma erano all’interno di quadri: Botticelli, Michelangelo.

Niente di simile alla scena appena osservata.

Se ci ripenso, mi ritrovo a sorridere di quella mia ingenuità. Una bambina che credeva ancora all’esistenza della Befana, era di certo impreparata di fronte alla realtà vera.

Intuivo anche un’altra cosa, che mi si chiarì del tutto con il passare degli anni. Isolare dalla realtà circostante, tiene di sicuro lontani dai pericoli, ma impedisce di capire dove sono. Impedisce di individuarli. Impedisce di riconoscerli.

 

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