Via Cesare Battisti: chiodi, viti, martelli e semenze

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Il babbo ha fatto il falegname per tutta la vita.

La mamma, per un lungo periodo, ha avuto una ferramenta.

La bottega del babbo e quella della mamma erano a pochi metri di distanza l’una dall’altra, perché la ferramenta era situata all’interno della vasta area che ospitava, oltre alla falegnameria, anche la casa dei nonni paterni ed un grande orto nella parte retrostante.

Noi bambini – specie d’estate – trascorrevamo molto tempo lì a giocare, tra tronchi di legno accatastati, macchine da falegnameria, mucchi di materiali dei tipi più diversi.

A nessuna persona, dotata di buonsenso, verrebbe in mente oggi di lasciare bambini piccoli in un luogo pieno di tanti pericoli, di cui molti potenzialmente mortali, ma allora funzionava così, non si badava troppo a cose, che oggi, al solo pensiero, farebbero rizzare i capelli dallo spavento anche al genitore più lassista.

Nella ferramenta della mamma si poteva trovare ogni tipo di chiodo, da quello da cantiere, fino a quello sottilissimo, praticamente senza testa. Erano tutti collocati, in bell’ordine, all’interno di cassettini di legno grigi, posti davanti ad una bilancia, che serviva per pesarli al momento della vendita.

Avevo l’abitudine di portare con me manciate di chiodi, che ritrovavo regolarmente nelle tasche, una volta tornata a casa.

C’erano poi le viti, da quelle in ottone a quelle più scure, credo in bronzo. Nel tempo, diventò un bel passatempo riuscire a far entrare nel legno le viti, usando nel modo giusto il cacciavite.

Martelli di ogni tipo, vernici in barattoli grandi e piccoli, cacciaviti, pinze, tenaglie: tutto concentrato in pochi metri.

Un paradiso, anche per le bambine.

La cosa strana era che dalla mamma c’erano quasi gli  stessi materiali che si potevano trovare nella bottega del babbo, anche quello un luogo pieno sia di pericoli, che di divertimenti, per noi bambini.

Appena si entrava in quella sorta di capannone gigantesco che era la falegnameria, c’era la grande sala delle macchine: piallatrici, seghe a nastro, tutte erano molto pericolose ed in effetti avevamo il divieto assoluto di avvicinarci e di toccare.

Potevamo toccare solo la segatura, i trucioli di legno, che noi chiamavamo “riccetti” ed i piccoli pezzi di tavole, avanzati dalla lavorazione, che utilizzavamo come se fossero stati dei mattoncini di costruzioni.

Usando martelli, colla, chiodi, poi, li univamo, formando strani pupazzi, casette e tutto quello che ci veniva in mente.

Trascorrevamo ore così, ad assemblare quei materiali, così poco adatti a dei ragazzini di quell’età.

A dieci anni ero in grado di maneggiare il martello con grande destrezza, a tal punto che una volta, durante una gita al Luna Park dell’Eur a Roma, vinsi un bel po’ di premi nello stand in cui si doveva riuscire a piantare un chiodo con solo tre colpi, assestati con una sola mano.

Per me era il pane quotidiano!

Dopo un po’ il gestore mi impedì di continuare a giocare, perché capì di avere di fronte una professionista del martello.

Dall’altra parte del capannone, in un locale più piccolo, si trovavano i banconi, sui quali il babbo portava a termine il lavoro iniziato nella sala dei macchinari.

Per arrivare in questo locale bisognava attraversare un corridoio piuttosto stretto e buio, ai lati del quale erano disposte, su degli scaffali in metallo, delle bare di legno.

A quei tempi, nei paesi come il nostro,  era il falegname ad occuparsi anche delle pompe funebri.

Ero terrorizzata da quelle bare e, quando dovevo andare in quel laboratorio, percorrevo il corridoio alla velocità della luce.

Sui banconi la nostra passione era il grande barattolo del Vinavil, la colla, che noi usavamo per ricoprire dita e palmo della mano. Una volta seccata, tiravamo via con delicatezza quella pellicola, che rivelava, con grande nettezza di particolari, le nostre impronte digitali.

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