Via Cesare Battisti: la preghiera come stile di vita

 

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A casa di Lóla la religione era di casa.

Anzi,quasi si fosse trattato della succursale di un convento, ogni momento della giornata era scandito da una preghiera, dalla partecipazione ad una funzione o ad un rito.

A fare da sottofondo, la recita incessante del Rosario.

Ci si alzava alla mattina presto e subito c’erano le orazioni da pronunciare, appena scesi dal letto.

Ogni giorno.

Alle sette e mezza, immancabile, la partecipazione alla prima messa mattutina.

Insieme alle campane che annunciavano mezzogiorno, c’era la preghiera dell’Angelus, regolarmente scandito in latino.

Lo imparai: non capivo quello che dicevo, ma lo pronunciavo con fervore.

Prima di mangiare, si pregava.

Nel pomeriggio c’erano la funzione, il rosario, poi ancora la messa.

Trascorrendo una buona parte del mio tempo in quella casa, ben presto mi ritrovai coinvolta in tutta quella serie di riti, nella narrazione continua delle vite dei santi, di episodi del Vangelo, nelle canzoncine sacre.

Un diluvio di cose sacre, spesso incomprensibili per la mia mente, lievemente inquietanti, nelle parti che alludevano alla dannazione, all’Inferno, sempre in agguato.

Anche mia madre è stata sempre molto devota, ma Lóla non era semplicemente devota: la dimensione religiosa coincideva con la sua intera vita.

Spesso vedevo muoversi le sue labbra e si poteva essere certi che era immersa in qualche sua preghiera.

Un lavorìo incessante.

Tutto questo – in qualche modo – giunse a riverberarsi anche sulla mia vita.

Ciò che preoccupava maggiormente la mia piccola coscienza di bambina era il peccato: mi resi conto, ad un certo punto, che si trovava annidato praticamente ovunque. E col peccato si andava all’Inferno, questo era certo.

Da più parti mi sentivo dire che ero una bambina cattiva e ben presto mi convinsi che questa mia cattiveria mi avrebbe rovinato.

Cominciai a pregare anche io in modo incessante, in modo tale che – se fosse arrivata senza preavviso la morte – le preghiere mi avrebbero certamente salvato.

Dio avrebbe di certo capito che, in fondo, ero una persona buona.

Nel periodo di preparazione e immediatamente successivo alla Prima Comunione  fui colta da una sorta di delirio religioso.  Mi era stato donato un libro di preghiere dalla copertina di madreperla.

Passavo molto del mio tempo a leggere e a pronunciare ad alta voce tutte quelle preghiere, che mi davano un gran senso di sicurezza.

Ci fu un ulteriore salto di qualità: decisi che da grande sarei diventata una suora. Mi pareva di avere dentro di me la vocazione.

Del resto, avevo letto molte vite di santi, che erano stati chiamati da Dio in tenerissima età. I fratellini di Fatima, Bernadette Soubirous, con le apparizioni di Lourdes.

Sarei diventata anche io una santa famosa. Era deciso.

Dopo la scuola, nel pomeriggio, io e mia sorella andavamo dalle suore, per partecipare al laboratorio di cucito. Anche lì, ovviamente, si pregava, mentre si ricamava.

La mia giornata, la mia vita erano così, ma, in quei momenti, non percepivo una particolare sofferenza. Mi sentivo, anzi, molto felice, se riuscivo ad allontanare da me l’idea della dannazione eterna.

In particolare amavo tutti i piccoli riti legati al mese di maggio, da sempre consacrato, nella fede cattolica, a Maria.

A casa di Lóla c’era l’abitudine di preparare un piccolo altare, in realtà un alto sgabello, coperto da una bella tovaglia bianca fatta di trine. Sopra questo altare, posto di fronte all’immagine della Madonna, si collocava una piccola ciotola d’acqua, nella quale si versava qualche goccia d’olio.

Sulla superficie dell’acqua si poggiava, poi, un minuscolo lumino, che illuminava l’immagine sacra. Per tutto il giorno.

Nel mese di maggio, poi, ogni pomeriggio si faceva una lunga passeggiata fino al convento dei frati francescani e lì si assisteva alla recita del rosario, in quel mese, particolarmente solenne.

La luce di quei pomeriggi di primavere è ancora nella mia memoria, come lo è il movimento delle tende mosse dall’aria tiepida di maggio, il senso di pace e di sicurezza, il benessere, che tutti quei riti riuscivano a trasmettermi.

Per mia fortuna, col tempo mi sono del tutto liberata da certi retaggi. Qualche anno dopo – come era inevitabile che fosse- fui presa da un moto di ripulsa verso la religione ed ogni sua pratica. A sedici anni circa diventai atea e, da allora, non ho mai più cambiato idea.

 

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