Perché “Le case della vita?”

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Anni fa, mentre elaboravo la tesi della mia seconda laurea (era il 1997), mi sono ritrovata ad analizzare a fondo il libro di un noto Anglista, intitolato “La casa della vita”.

In quelle pagine, stanza per stanza, in modo meticoloso, egli presentava uno ad uno gli oggetti che aveva accumulato come collezionista nel corso di una vita. Collezionava oggetti e mobili Stile Impero, ma anche pezzi strani, a volte quasi sinistri.

Ogni angolo della casa, ogni quadro, ogni scultura, ogni mobile, erano di volta in volta l’occasione per rievocare parti della sua vita.

L’abitazione dell’Anglista era dunque lo specchio della sua esistenza e la sua vita si rispecchiava totalmente negli ambienti da lui abitati, riempiti fino all’inverosimile degli oggetti che amava, quasi fossero stati figli suoi.

Nella mia vita ho vissuto in molte case – in alcune a lungo, in altre in modo fugace – ed ognuna di esse ha rappresentato, come capita a molti di noi, una fase dell’esistenza. Solo ora, però, guardandomi indietro, capisco chiaramente che il passaggio da una casa ad un’altra ha rappresentato, contenuto, delimitato – quasi ogni volta – l’apertura o la chiusura di qualcosa, la fine di una speranza o l’embrione di una situazione ancora tutta da costruire.

Assai di rado ho abitato case di cui ero anche proprietaria. Per la maggior parte della mia vita ho preferito affittare le mie abitazioni. Altre volte ho vissuto in case altrui, senza, peraltro sentirmi mai parte di esse fino in fondo.

Alcune di esse sono ancora presenti nel mio cuore ( in alcuni casi è come se non me ne fossi mai allontanata); altre sono state lasciate da me quasi di fretta, con un’urgenza che a molti parrebbe incomprensibile, come se non vedessi l’ora di abbandonarle al loro destino.

Di una cosa però sono certa: ho vissuto in tante di quelle abitazioni, che non riesco nemmeno più ad immaginare l’idea di un trasloco, forse perché ne ho dovuti organizzare tanti, in vita mia.

Quando, qualche tempo fa, mi sono dovuta occupare dello spostamento nella sua nuova casa delle cose, non dei mobili, di mio figlio – in quel momento fuori città-ho volutamente evitato l’uso di scatole.

Ho utilizzato delle sporte molto robuste: ho impiegato settimane a portare a termine tutto, ma non volevo più cartone e scotch nella mia vita!

Nel tempo, analizzando me stessa, ho cercato di capire perché, contrariamente a quello che accade nella vita della stragrande maggioranza delle persone, io abbia cambiato casa così tante volte, quasi sempre nella medesima città.

Talvolta, alla base ci sono stati motivi concreti (la nascita di un figlio ed una casa microscopica, per esempio), ma molto spesso si è trattato della conseguenza di una ricerca continua, che è stata la base anche della mia intera esistenza.

Al mio primo trasloco – quello dalla casa che, in fondo ho amato di più – mi sono fieramente ribellata, anche se ho dovuto piegarmi: avevo quindici anni!

Da allora, forse, si è trattato delle ricerca di una collocazione, dell’individuazione pervicace di un posto, di un quid, che, in realtà, non sono mai riuscita a trovare pienamente.

Le cose della vita non mi hanno ancora portato a trovare “la” casa della vita. E chissà se questo, in sé, è un bene o un male.

 

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