Via Cesare Battisti: la maestra Maria

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Nella mia vita ho amato poche persone come la mia maestra.

Era una donna forte, energica, un po’ burbera, all’apparenza, ma era invece capace di un affetto forte e tenace.

Fino a qualche anno fa, quando era ancora in vita, ogni volta che mi capitava di incontrarla, mi avvicinavo a lei per salutarla, e lo facevo con un gran senso di gratitudine, consapevole di avere di fronte una delle persone che hanno contribuito in modo determinante a fare di me quella che sono, nel bene e nel male.

Ricordo ancora l’estate che precedette immediatamente la prima elementare.

Un ricordo in particolare.

Vicino alla bottega della mamma, la sua ferramenta, si trovava il lavatoio pubblico. Una sera, mentre la mamma risciacquava dei panni, prima che si ritornasse a casa, si intrattenne a parlare con un’altra donna.

La mamma già conosceva il nome della mia futura maestra e l’altra donna la mise in guardia, adducendo come motivo la grande severità di quella insegnante, temuta da molti in paese.

La mamma non si lasciò impressionare; anzi: disse di essere molto contenta, perché, a suo dire, con il mio carattere, il mio senso di indipendenza e la mia proverbiale testardaggine, una come la maestra Maria avrebbe dato ordine alle cose.

Dal suo punto di vista, era proprio ciò di cui avevo urgente bisogno.

Ascoltai quelle parole con un po’ di timore: e se questa maestra fosse stata “cattiva”? Come avrei potuto affrontare le scuole elementari?

Mi rivedo chiaramente, seduta sugli scalini del lavatoio, intenta ad assorbire ed elaborare quelle parole.

In quel periodo ero già una bambina curiosa di tutto e con grande autonomia nelle cose.

Anche troppa, a volte.

Avevo imparato a leggere da sola e mi cimentavo discretamente anche nella scrittura. Leggevo speditamente i fumetti di Topolino. Ormai non era più il tempo di guardare le figure, davanti a me c’era l’immenso campo della comprensione delle cose, quello che sembrava di gran lunga il più affascinante.

Non ricordo il modo in cui sono riuscita ad imparare. Di sicuro qualcuno mi avrà aiutato, spiegandomi qualcosa, ma il grosso del lavoro l’ho portato avanti da sola. La mia voglia di imparare era enorme. Lo è sempre stata.

Arrivata sui banchi, dunque, ho subito cominciato a scalpitare, perché, mentre molti ancora arrancavano faticosamente su bastoncini, lettere e sillabe, io non vedevo l’ora di passare agli argomenti successivi, a quelli che ancora non conoscevo e non vedevo l’ora di conoscere.

Di sicuro – come alunna – dovevo essere e sembrare un assillo. E non da poco. Non appena la maestra Maria assegnava un esercizio, lo terminavo in un battibaleno e correvo alla cattedra per averne un altro.

Non si trattava – come può sembrare – di desiderio di compiacere la maestra o di avere bei voti. In tutta la mia vita non ho mai avuto con nessuno atteggiamenti volti ad adulare qualcuno ed i voti per me non sono mai stati una priorità.

Certo, se prendevo un bel dieci e lode ero felicissima, lo portavo a casa come un trofeo di caccia, ma non era una cosa capace di modificare la mia vita. Non ho mai studiato per i voti.

Volevo imparare.

La maestra Maria era ben consapevole di questo, mi apprezzava, ma, a volte, anche la sua pazienza, di fronte alle mie richieste, si esauriva.

Un bel giorno, di fronte al mio ennesimo arrembaggio verso la cattedra, tolse la cinta dal mio grembiule e con quella mi legò saldamente al banco, intimandomi di non muovermi fino a nuovo ordine.

Dovevo essere un animale ben strano, ai suoi occhi. Quello che lei non poteva sapere era che questa immersione nella conoscenza era una fuga da altre cose, che mi incutevano paura.

Ora so che quello del sapere, della cultura, allora era per me un rifugio, così come ha continuato ad essere un mondo accogliente e protettivo per il resto della mia vita. Eppure, questa straordinaria avventura della conoscenza è iniziata proprio lì, sui banchi della scuola elementare, coltivata, anche nei momenti di esasperazione, da quella magnifica figura che è stata la mia maestra.

A scuola mi trovavo benissimo.

Non avrei mai voluto che arrivassero le vacanze.

O meglio, durante i primi giorni festeggiavo, ma poi mi mancava tutto quello che consideravo importante, mi mancava la routine. Svolgevo minuziosamente tutti i compiti delle vacanze, cercavo di portarli a termine nel modo migliore possibile.

Quando cominciava ad avvicinarsi Ottobre, con l’inizio della scuola, mi sentivo felice solo all’idea che tutto sarebbe ricominciato.

Non appena la mamma portava a casa i libri di testo, subito mi mettevo a leggerli.

In capo a pochi giorni la lettura era terminata e nuovamente mi trovavo ad aver già fatto il lavoro che in classe sarebbe stato portato avanti un passo alla volta, con mio grande senso di noia.

Nonostante questi comportamenti che mi fanno sembrare una bambina un po’ saccente, non lo ero affatto.

Sono stata sempre molto disponibile ad aiutare gli altri con i compiti. Non mi sono mai sentita superiore a nessuno.

Per stimolare il mio senso di condivisione, poi, la maestra, per un periodo abbastanza lungo, affidò alle mie cure una compagna che, al contrario di me, aveva enormi difficoltà. Presi molto sul serio questo compito, anche se, a dire la verità, quella bambina non riscuoteva la mia simpatia, perché era sempre svogliata e apatica. Spesso non riusciva a capire le cose, nemmeno quelle molto semplici; i suoi problemi con la matematica mi sembravano tremendi e non riuscivo a comprendere come non le entrassero in testa quegli argomenti che a me a volte parevano davvero banali. Mi guardava con i suoi occhi acquosi, quasi bovini, tirando su con il naso, da cui pendevano eternamente dei moccoli, che io trovavo detestabili.

Capii allora, per la prima volta, che insegnare non è sempre facile e divertente, che a volte si ha a che fare con persone che non ci piacciono, ma con cui dobbiamo entrare in relazione, semplicemente perché ciò si rende necessario.

Alla fine della scuola elementare fu consegnato alla mamma un libretto, una sorta di passaporto per le scuole medie.

Tra le tante cose che si trovavano in quelle pagine – tutte belle – la maestra, con la sua grafia forte e decisa aveva scritto una frase (profetica): “Ha molte doti, ma deve essere guidata, perché tende a fare troppo di testa sua.”

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