Via Cesare Battisti: suor Giuseppina e la rivista delle orecchie

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Intorno agli anni Sessanta in paese c’erano molte famiglie povere.

Anche la mia, tutto sommato, lo era. Ma non troppo.

Essere poveri voleva dire essenzialmente non avere soldi che per le cose essenziali, non potere mai avvicinarsi, se non con il pensiero, a quelli che allora venivano chiamati ” svaghi”.

I ricchi, i benestanti, erano davvero pochi.

Vivevano in una sorta di empireo che noi non prendevamo nemmeno in considerazione, tanto esso era lontano dalla nostra quotidianità.

Tutti gli altri si suddividevano, chi più, chi meno, lungo un asse abbastanza lungo che andava dai quasi poveri, a quelli che vivevano nella miseria nera. Anche negli anni Sessanta, quelli del boom economico.

La mia famiglia era situata in un punto “X” di questa scala, un punto che si spostava, a volte un po’ più in alto, a volte più in basso.

Essere poveri, per la maggior parte di noi, significava condurre una vita spartana, senza che la chiamassimo in questo modo, senza che noi riuscissimo a considerare in modo consapevole questo stile di vita un valore.

Spesso, anzi, provavamo vergogna per i vestiti che passavano da sorella a sorella, per le scarpe che dovevano durare e restare integre per tutta una stagione. Per il fatto che anche andare a comprare un pacchetto di gomme americane o prendersi un gelato, rientrava nella categoria “eventi”.

Per la mia famiglia, persino andare all’edicola a comprare un numero di “Topolino” non era sempre possibile. A volte la mamma riusciva ad acquistare, a metà prezzo, i numeri della settimana precedente, ma senza la copertina, tagliata via dall’edicolante.

Meglio di niente!

Certo, però,  quella pagina iniziale tagliata via così, mi sembrava un po’ un marchio, il segno che non riuscivamo a permetterci nemmeno l’acquisto di un giornale a fumetti. L’unica consolazione era il fatto che quasi tutti quelli che conoscevo avevano a che fare con problemi simili ai miei e questo mi faceva sopportare meglio – perché erano condivise da tutti – le difficoltà economiche.

C’erano, comunque, famiglie ben più povere della mia.

Le case in cui abitavano erano, per dirla con un termine attuale, fatiscenti, persino molto sporche. Si poteva ben dire che quelle persone erano povere sul serio. Più della media generale.

Passando davanti a quelle case, gettando occhiate furtive, provavo terrore, perché temevo che, prima o poi, sarebbe toccato anche a noi vivere ammassati in una sola stanza o avere una mamma sdentata che inveiva con parole tremende contro i figli mezzi nudi a zonzo nel vicoletto.

Tutti i bambini, poveri o ricchi che fossero, frequentavano l’asilo.

Quello del paese era gestito dalle suore, che si occupavano per tutto il giorno di noi bambini, che tornavamo a casa a metà pomeriggio.

Ricordo ancora in modo chiaro che ogni mattina, all’entrata, si percepiva subito l’odore del pranzo che la cuoca stava preparando, quasi sempre minestra.

Noi arrivavamo con i nostri “canestrini” in mano: dentro questo cestini c’era la merenda che avremmo consumato più tardi.

Ogni santa mattina, subito dopo essere entrati, eravamo accolti da suor Maria Giuseppina, una donna dal carattere di ferro, celato dietro un soave sorriso.

Aveva di certo una sua idea dell’igiene personale e voleva essere certa di trasmetterla a tutti i bambini.

Ogni mattina dava ad uno di noi un compito preciso: doveva passare in rassegna tutti i compagni e guardare bene le orecchie di tutti, alla ricerca di sporco o cerume visibili.

I colpevoli di praticare con poca convinzione la pulizia personale venivano inviati in un angolo della stanza, esposti al pubblico ludibrio, affinché la punizione li portasse a rettificare un comportamento decisamente disdicevole e dannoso per l’intera comunità dei bambini.

Senza alcuna paura, dunque, di ferire la sensibilità di bambini così piccoli, la suora esprimeva poi a voce alta la sua disapprovazione e la conclusione del piccolo rito quotidiano terminava con l’esortazione alla cura della pulizia personale.

Coloro che nel tempo si fossero distinti in un comportamento lodevole, potevano ambire ad un premio desiderato da tutti: una stringa di liquirizia arrotolata su se stessa, all’interno della quale si trovava un confettino di zucchero colorato.

Vittime di questa vera e propria persecuzione – quale era il rituale quotidiano dell’ispezione delle orecchie – erano – manco a dirlo – i figli delle famiglie più povere del paese, quelle che avevano un gran numero (cinque, sei) di figli, ai quali, evidentemente, non riuscivano a dedicare troppo tempo, anche perché quasi sempre si trattava di famiglie di pescatori, troppo occupate a cercare di trovare i mezzi per sopravvivere, per trovare i momenti giusti da dedicare al decoro dei figli.

Spesso erano i figli più grandicelli ad avere la responsabilità dei piccoli.

Una di queste famiglie, in particolare, era per me l’emblema vivente di una situazione che si potrebbe definire: “piove sul bagnato”.

Il nucleo familiare era costituito da una decina di persone, che vivevano ammassate in un vicolo scansato pure dal sole. Un classico della povertà.

I genitori pescavano pesce e vendevano pesce. Non erano quindi quasi mai in casa. Erano le due figlie più grandi- ma in realtà piccolissime – ad occuparsi della nutritissima schiera dei fratelli, con il risultato, scontato, che erano quasi sempre tutti sporchi, maleodoranti, spettinati.

Un disastro!

Le orecchie di tutti i fratelli erano e risultavano sempre sporche all’ispezione mattutina voluta dalla suora.

Dunque, l’angolo della vergogna era quasi sempre un loro appannaggio.

Tutta questa drammatica situazione non faceva scattare in noi bambini nessun atteggiamento di solidarietà, anzi.

Il nostro malvagio istinto di conservazione ci portava ad isolare e trattare male quei poveretti, forse perché avevamo paura di un effetto “contagio”: eravamo, cioè, terrorizzati dall’idea che, avvicinandoci, o toccandoli, la loro miseria, quasi per osmosi, potesse transitare in qualche modo su di noi.

Ora so che, a livello sociale, la solidarietà non è affatto istintiva nell’essere umano.

 

 

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