Via Cesare Battisti: È arrivata la Befana?

be750a30-4b90-4848-8b19-49ad8557c858-5397-00000647b62de24a_tmp

 

Penso di aver creduto all’esistenza della Befana fino alle soglie della scuola media. Un record nazionale di credulità.

Avevo- chiaramente- già da tempo dei sospetti, per lo più ingenerati dai compagni di scuola, decisamente più smaliziati e desiderosi di diventar grandi, più di quanto io lo desiderassi,  ma una cosa è certa: non volevo assolutamente smettere di credere nell’esistenza di questa entità, soprattutto perché, a casa mia, tutto ciò che aveva a che fare con la Befana, aveva un contorno magico e fatto di riti misteriosi ai quali non intendevo rinunciare.

Il “magister ludorum”, per così dire, era il genero di Lóla, il medico condotto.

Credo che si divertisse molto più di noi bambini a tenere vivo questo gioco meraviglioso che era il rituale della Befana a casa nostra.

Un mese prima del 6 gennaio c’era da scrivere la lettera.

“Mi raccomando!” – diceva lui, con aria solenne – “La lettera deve essere scritta su carta extra-strong, altrimenti la Befana non la guarda nemmeno!”

Per me – che non conoscevo l’inglese- questa carta “strastrong” era un’entità dal potere sconosciuto, che doveva essere trovata ad ogni costo.

Da qui un pellegrinaggio continuo in tabaccheria, l’unico luogo in paese in cui si potevano trovare articoli di cartoleria, alla ricerca della magica carta “strastrong”. Non la trovai lì,  con mia grande disperazione, ma qualcuno me la fece trovare a casa. Guardandola controluce, in effetti, si poteva leggere quella scritta propiziatrice di regali e quindi le nostre richieste furono da quel momento in poi affidate a quelle pagine magiche.

La spedizione, poi, non poteva essere affidata ai normali canali, ma consegnavamo la busta, carica delle nostre speranze, direttamente nelle mani del dottore, che affermava di conoscere un punto nascosto, non lontano dalla via Cassia, in cui tutte le letterine dei bambini potevano essere lasciate.

La casa di Lóla e di sua figlia e la nostra casa erano situate sul medesimo pianerottolo. Le chiavi erano sempre sulle rispettive porte e tutti noi passavamo di continuo da un appartamento all’altro senza problemi: il tempo trascorso insieme dalle nostre famiglie era moltissimo.

La cucina della casa di Lóla era molto grande: al centro si trovava un enorme camino, tanto grande da poter ospitare senza problemi una persona in piedi.

In questa cucina – nella notte tra il 5 e il 6 gennaio – veniva organizzata, solo per far felici noi bambini, una sceneggiata meravigliosa, che ancora oggi ricordo con infinita nostalgia e con nettezza di particolari.

La sera del 5 noi bambini eravamo costretti ad andare a letto prestissimo,

“Perché, altrimenti, la Befana non vi porterà nulla! Se, quando arriva, si accorge che i bambini sono ancora svegli, risale su per il camino e se ne va via!”

Argomenti inoppugnabili per noi. E allora, a letto presto!

Prima di coricarci, tuttavia, dovevamo portare a termine, tutti e tre insieme, un rito importante: c’era da lasciare uno spuntino per quella vecchietta: dolcetti, mandarini, caffè – perché a lei piaceva molto bere il caffè preparato con una caffettiera speciale, da utilizzare solo in quell’occasione.

Si lasciava la cena e via, di corsa a letto!

Dormivamo pochissimo e trascorrevamo una notte praticamente insonne, perché l’attesa delle sorprese che avremmo forse trovato la mattina successiva scatenava in noi adrenalina a non finire.

All’alba noi bambini saltavamo giù dal letto nella nostra casa e correvamo a svegliare il babbo e la mamma, pregandoli con insistenza di portarci di là, da Lóla, per vedere se la Befana fosse passata, o no. Volevamo sapere se avesse lasciato soltanto carbone, per via della nostra cattiveria, o se, impietosita, ci avesse portato dei regali.

I miei prendevano tempo, ma, ad un certo punto, acconsentivano ad andare a vedere nell’altra casa, bussavano alla porta.

Lóla e sua figlia aprivano, mostrando facce assonnate. Subito iniziavano a lamentarsi:

“Quella vecchiaccia non ci ha fatto mai dormire, stanotte! Un rumore infernale! Una gran maleducata!”

Gli adulti, poi, ci invitavano ad entrare nella cucina, dove era il grande camino.

La stanza era al buio e noi tre ci stringevamo gli uni agli altri, combattuti tra il desiderio di vedere e la paura di quello che avremmo potuto trovare accendendo la luce.

Ricordo – con molta nettezza – una mattina in cui dalla cucina provenivano degli strani rumori. Terrore!

Nessuno di noi aveva il coraggio di avvicinarsi, ci nascondemmo dietro gli adulti.

La luce fu accesa e, meraviglia! I rumori provenivano da un bellissimo trenino elettrico, che fu la gioia di mio fratello.

Nella stanza – sempre – erano sparsi giochi, libri, dolci.

Sul camino, le tracce del passaggio della Befana: la tazzina con gli avanzi del caffè, rovesciata da una parte, bucce di mandarini, briciole sparse ovunque.

Lo spettacolo era sempre così esaltante e così irresistibile che a nessuno di noi poteva pensare neppure lontanamente a mettere in dubbio l’esistenza della Befana.

A scuola, tra i compagni, tuttavia, cominciava a filtrare qualche brandello di verità, che io mi rifiutavo di prendere in considerazione.

Nell’ilarità generale.

“Stupida, che sei! Non sai che la Befana non esiste? Sono i tuoi genitori!”

Non volevo prendere in considerazione quei discorsi.

“No, non è come dite voi! Viene a casa, mangia la cena che noi prepariamo!”

Mi guardavano pieni di commiserazione.

“Questa è una che crede ancora alla Befana!” – si dicevano, dandosi delle gomitate ed allontanandosi ridendo, mentre io mi sentivo umiliata, ma forte nella fede.

Anche il credente più fervido – tuttavia – viene colto dai dubbi. Io portai a casa questi dubbi.

“Ma certo, che esiste!” – dissero gli adulti.

Quell’anno accadde un fatto straordinario.

La sera del 5 noi bambini fummo radunati sotto il camino ed incitati a chiamare la Befana, sporgendoci sotto l’imboccatura.

Meraviglia!

Cominciarono a piovere caramelle, ad ogni nostro richiamo!

Poteva non esistere la Befana? Eccola lì!

Non potevamo sapere che il dottore si era arrampicato vicino al comignolo ed era rimasto lì, in attesa di noi bambini, in attesa dei nostri richiami, pronto a far cadere giù le caramelle.

Come avremmo potuto fare a meno di quella magia?

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...