Via Cesare Battisti: Annamaria e il Professore

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La prima volta in cui li incontrai avrò avuto più o meno dieci anni.
Ricordo che era estate e che mio padre ci aveva caricati tutti in macchina, perché sarebbe dovuto andare a prendere delle misure per alcuni lavori da fare nella loro casa.
Mio padre ha fatto il falegname per tutta la vita ed ha avuto a che fare sia con i clienti abituali, del paese, sia con i forestieri che, proprio in quegli anni, cominciavano ad acquistare vecchi casali per rimetterli a posto.
Allora lui avrà avuto una quarantina d’anni. Adesso ne ha quasi novanta.
Quel giorno prendemmo la strada che portava a Monte Segnale, la “montagna” più alta del paese, dalla quale si poteva ammirare il lago senza avere alcun ostacolo davanti.
Di quel breve viaggio ricordo soprattutto la curiosità che avevo per quell’evento un po’ strano: raramente il babbo, che lavorava per lo più nella sua bottega, ci portava con sé dai clienti.
Arrivammo in quel podere , che a me parve immenso, ebbi l’impressione di un castello, di una casa molto signorile.
Ci venne incontro un uomo dai capelli rossi, che in parte cominciavano già ad imbiancarsi.

Vicino a lui c’era una donna dagli occhi azzurri, con i capelli bianchi raccolti in uno chignon. Tutti e due avevano un bel sorriso.
L’uomo era vestito semplicemente, con una strana giacca azzurra, che a me sembrò quella di un militare (solo dopo anni scoprii che era una giacca cinese, identica a quella che in quello stesso periodo milioni di cinesi indossavano quotidianamente) ed aveva una adorabile erre moscia. Lei indossava dei jeans.
Non sapevo chi fossero, ma mi parvero subito molto simpatici.
Da quel momento in poi, furono il Professore e Annamaria, con i nomi che sentii utilizzare dal babbo e dalla mamma.

Tra loro e tutta la nostra famiglia nacque una grande simpatia e dopo poco tempo anche un profondo affetto.
A partire da quell’estate loro due fecero parte in modo stabile del nostro orizzonte e sono restati lì fino a quando hanno vissuto.
A quei tempi ero una bambina curiosa ed esuberante, sempre pronta a fare domande su tutto. Credo di essere stata molto petulante, quasi insopportabile.
Portavo i capelli raccolti in trecce, avevo la pelle olivastra, i miei denti, appena ricresciuti dopo la perdita di quelli da latte, erano grossi e un po’ sporgenti.

Mia sorella mi prendeva spesso in giro, perché, secondo lei, somigliavo ad un castoro.

Non pensavo, però di avere fattezze simi a quelle delle bambine sudamericane e mi meravigliai moltissimo quando
Il Professore e Annamaria mi diedero un soprannome: l’India.

Di ritorno da uno dei loro viaggi in giro per il mondo (perché loro due erano continuamente in giro per il mondo a tenere conferenze) mi portarono un bel poncho bianco e turchese da una delle terre del Sudamerica. Ero gelosissima di quel regalo, tanto esotico, per il mio stile di vita di allora.
Mario (così si chiamava il Professore) ed Annamaria avevano sempre una risposta per le mie tante domande.

Mi insegnarono tante cose: la differenza tra il verbo “imparare” ed “insegnare”, che io utilizzavo senza fare molto caso alla loro diversità.

Mi affascinavano, quando spiegavano con una semplicità disarmante le tante cose che conoscevano. Non mi stancavo mai di ascoltare i tanti fatti che raccontavano con passione. Erano fortemente impegnati nella politica.

In casa ebbi modo di sentirli definire “comunisti”, con un’aria di cospirazione che, lì per lì, mi parve molto strana: infatti non capii nulla e nemmeno mi importava.

Con loro mi avviavo a prendere contatto per la prima volta in vita mia con la parola “cultura”.

Ponevo loro continuamente domande su domande.

Mia madre, che aveva molto a cuore il fatto che i suoi figli si comportassero nel modo giusto, quando fossero stati insieme agli altri, cercava di evitare che noi bambini fossimo troppo invadenti.
Se necessario interveniva con sonori pizzicotti o con sguardi minacciosi non appena si provasse a valicare il limite da lei stabilito.
Nonostante ciò, era sempre una festa, quando il Professore e Annamaria passavano a trovarci o se avevamo l’occasione di andare su al podere.

Li trovavamo spesso intenti a fare i lavori di campagna. La cosa mi sembrò a volte un po’ strana, perché sapevo due cose: Mario e Annamaria erano piuttosto ricchi e in paese, quando qualche contadino metteva insieme un po’ di soldi, per prima cosa lasciava la campagna e dimenticava il lavoro svolto fino a qualche tempo prima.

Che tipi strani!
Ogni volta che il Professore passava a trovarci, ero presa da una specie di euforia, perché sapevo bene che quasi sempre c’erano regali in arrivo: ci viziavano in modo terribile!
Niente cose costose, allora non si usava: arrivavano libri.

Per me, in realtà, erano proprio questi i regali importanti!
In quegli anni passavo gran parte del mio tempo a leggere.
In realtà questo vizio mi è rimasto appiccicato per tutta la vita, ma a dieci anni io ero già una lettrice professionista.
I miei pomeriggi erano già occupati dalla lettura dell’enciclopedia Conoscere.
Così, quando cominciarono ad arrivare dei libri veri e propri, fu una festa, una goduria. Veri libri, grandi scrittori.
Rodari, innanzi tutto. Quei meravigliosi libri illustrati che contenevano favole e poesie che mi facevano morire dal ridere.
Poi i libri sulla Resistenza, con storie romanzate che mi hanno emozionato e reso triste, facendomi conoscere per la prima volta la realtà dell’antifascismo.
Tra tutti, però il mio libro preferito parlava di un mondo che io conoscevo appena: la mitologia. Si intitolava “Storie di  bambini molto antichi” e l’ho letteralmente consumato. Di ognuna delle divinità raccontava la storia, le avventure.
Certo, su Conoscere c’era una bella pagina con l’Olimpo degli dei, le immagini delle divinità classiche, i nomi greci e quelli romani, sapevo già che Afrodite per qualche motivo si chiamava anche Venere, che Marte aveva anche il nome Ares, ma niente di più.
Quel libro spiegava tutto e io lo adoravo.
La mitologia mi affascinò: leggevo e rileggevo quelle vicende, con le fatiche di Ercole, la storia di Ermes ed Apollo. A vederlo oggi, che gode il riposo del giusto nella libreria, quel libro è letteralmente consumato, come la gran parte di quelli che ho amato molto nella mia vita. Tutte queste letture hanno contribuito a formare quello che sono ancora oggi.
In quel periodo mi esprimevo prevalentemente in diletto. L’italiano era riservato ai compiti. In casa si parlava in dialetto.
Non avevo ancora assimilato il fatto i verbi che coniugavo, facendo i compiti assegnati dalla maestra Maria, si potessero usare anche nella vita di tutti i giorni.
Annamaria e Mario  mi fecero scoprire l’importanza che aveva il fatto di esprimersi  correttamente.
Mi fecero capire che si trattava di un passaggio essenziale per farsi capire dagli altri, anche fuori dal paese.
Scoprii a mie spese la difficoltà dell’uso del congiuntivo, del condizionale, ma in qualche modo – confrontandomi con loro – intravedevo che esisteva un mondo dove le persone parlavano di argomenti importanti, usando i verbi sempre nel modo giusto.
Quel mondo doveva essere il mio. Di questo ero sicura.
Scoprii solo molto più tardi che Mario era uno dei più grandi esperti di Pedagogia in Italia, che si chiamava Mario Alighiero Manacorda e che insegnava Storia della Pedagogia all’Università.

Per me fu sempre il Professore.

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