Via Cesare Battisti: la prima volta che ho visto Roma

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Di sicuro avevo meno di dieci anni.

Prima di allora non avevo mai visto Roma.

Ero una bambina che non aveva ancora fatto viaggi, come in realtà in quegli anni capitava alla stragrande maggioranza delle persone che conoscevo.

Quelli che lasciavano il paese per andare da qualche parte – specie per piacere – erano pochissimi.

Non c’erano i soldi per farlo, non c’era nemmeno la visione del mondo giusta.

Il consumismo, in questo senso, era ancora lontano dall’essere arrivato dalle nostre parti.

Io stessa riuscii a vedere il mare per la prima volta durante una gita scolastica, anni e anni dopo.

In parte quest’ultima cosa era giustificata dal fatto che noi, in paese, avevamo un lago grandissimo: che bisogno poteva mai esserci di andare a vedere proprio il mare?

Acqua era quella, acqua era questa.

In quegli anni – intorno al 1968 – mio padre non aveva ancora preso la patente e quindi i miei spostamenti fino ad allora erano stati veramente limitati: qualche volta nel capoluogo della provincia, quasi sempre per fare i prelievi di sangue per le analisi.

Di quelle incursioni nella piccola città ricordo in particolare una piccola gioia che me le faceva apprezzare: proprio all’inizio del corso si trovava una gelateria, famosa per la qualità della panna che vi si trovava, dato che era legata ad un negozio lì accanto, che produceva mozzarelle e formaggi.

Dopo aver effettuato il prelievo di sangue, la mamma mi portava subito in quella gelateria a mangiare un maritozzo con la panna, per farmi riprendere dal lungo digiuno e dalla sottrazione di preziosi globuli rossi.

Ho ancora ben netta la sensazione che mi davano i pezzetti di zucchero della glassa del maritozzo che restavano appiccicati sulle mie dita e che, finita la delizia del dolce – sempre troppo piccolo per la mia grande fame – assaporavo tutta felice, per prolungare quella goduria.

Le occasioni “extra” di gustare dolci non erano così frequenti in quei tempi, tutto sommato assai spartani, dunque era necessario goderle fino in fondo.

Magari, leccandosi le dita.

Essere una bambina linfatica – tutto sommato- presentava anche dei vantaggi!

Il capoluogo della mia provincia, dunque, era stato, fino a quel momento,  il punto più lontano dal paese nel quale mi ero spinta.

Un bel giorno, Lóla e sua figlia chiesero alla mamma il permesso di portarmi a Roma.

Roma?!

Il permesso fu accordato. Partii per il mio primo, vero viaggio. Per strada scoprii le delizie del mal d’auto. Ma non era importante. Tutto, pur di vedere Roma!

Mancava poco a Natale e per la prima volta andavo a Roma.

Non scorderò mai quello che vidi in quei pochi giorni.

Ho ancora davanti agli occhi lo splendore incredibile di via Nazionale addobbata nella sua interezza di luci scintillanti.

In tutta la mia vita non avevo mai visto vie così grandi, io, che ero abituata alle stradine del paese, anche poco illuminate.

Quella era una strada che si srotolava all’infinito ed era bellissima, con tutte quelle luci, da una parte e dall’altra! Ricordo come se le avessi ancora davanti delle slitte argentate e delle renne a trainarle.

Fu un vero e proprio imprinting: le luci di Natale, per me, conservano ancora oggi per me il fascino che hanno esercitato su quegli occhi di bambina.

Durante quella prima, breve, incursione nella Capitale sbocciò anche un altro dei grandi amori della mia vita: quello per i Grandi Magazzini.

Dalle parti della casa romana di Lóla, infatti, c’era una filiale di Upim.

Le porte che si aprivano da sole mi fecero quasi impazzire.

Sgranai gli occhi, poi, quando vidi tutte quelle belle cose messe in bell’ordine.

Ci si poteva avvicinare, toccare le cose , misurarle e, alla fine, avvicinarsi a quello strumento buffo, carico di tasti, che si chiamava “cassa”, per pagare.

Ne usciva uno strano nastro di carta, sul quale erano stampati dei numeri.

Mai viste cose del genere! Fu entusiasmante.

Lóla e sua figlia ridevano in continuazione della mia meraviglia perpetua.

Nella loro casa vicino a Piazza Bologna potei osservare da vicino anche la prima vasca da bagno della mia vita.

Ero abituata a farmi il bagno in una tinozza. Altro che vasca da bagno!

In un primo momento pensai addirittura che quello che sentivo chiamare “telefono”, fosse un vero telefono e passavo tanto tempo, seduta sul bordo della vasca a fare telefonate immaginarie alle mie compagne di scuola, alla mamma, a mia sorella.

A casa dei miei, in paese, il telefono sarebbe arrivato quindici anni dopo.

Come sempre, trovai il modo di farmi viziare: la mattina facevo colazione con le rosette, le “ciriòle”, come le chiamavano lì: erano dei panini lievitati, vuoti all’interno. Immersi in una tazza di latte, buonissimi: dolce e salato stavano davvero bene, insieme!

Tornai in paese, sentendomi ormai un po’ cittadina: da grande sarei andata di certo ad abitare a Roma! (cosa che, poi, in realtà, non si è realizzata mai, anzi: da adulta ho sempre odiato il caos e lo smog di Roma!)

In quel momento, però, iniziai a guardare con un certo disprezzo tutto ciò che aveva fatto parte in modo stabile del mio orizzonte. Il paese. Ormai ero cittadina.

Quello che non capivo ancora, però, era che, in realtà, avevo fatto esperienza, per la prima volta nella mia breve vita, del diverso, della novità e,  questa sì, sarebbe stata un’attrazione costante della mia vita.

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