Via Cesare Battisti: olio di fegato di merluzzo

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Il fidanzato della figlia della nostra padrona di casa era un medico.

Aveva più o meno l’età di mia madre. Una persona simpatica e gioviale, sempre pronto a prendersi cura di noi, anche se, in realtà, era medico condotto in un paese poco distante dal nostro.

La fiducia che la mia famiglia riponeva in lui era pressoché sconfinata.

Da analisi molto elaborate, alle quali mi aveva fatto sottoporre, aveva stabilito senza ombra di dubbio che ero una bambina linfatica.

Con altrettanta decisione aveva individuato le cure adatte al mio caso: iniezioni di ferro, chili e chili di fegato da mangiare quasi crudo e, con crudele periodicità, un tormento che sembrava essere determinante e risolutivo per il mio caso: olio di fegato di merluzzo.

Un cucchiaio al giorno, specie nel periodo primaverile, avrebbe definitivamente ripulito il mio organismo da ogni forma, anche larvata, di debolezza.

Quando mi accorgevo che l’orrida bottiglia di vetro che lo conteneva aveva fatto il suo ingresso in casa nostra, ero colta dalla disperazione.

Non si tratta di esagerazione: il gusto di quell’olio era orribile: riusciva a suscitare in me, quasi immediatamente, un disgusto irrefrenabile, una nausea pre-vomito.

Lo odiavo.

La mamma – per limitare i danni – aveva escogitato una pensata che a lei deve essere sembrata geniale, ma che si rivelò essere la classica toppa peggiore del buco: subito dopo avermi costretta ad ingoiare quella schifezza (chi avrebbe mai pensato che il contenuto di un cucchiaio potesse impiegare tanto tempo ad attraversare, una per una, le papille gustative?), subito dopo, dunque, mi ficcava in bocca uno spicchio di arancio, che, dal suo punto di vista, avrebbe perfettamente mascherato il gusto del l’olio di fegato di merluzzo.

Inutile.

L’unico effetto che riuscì ad ottenere fu quello di farmi odiare, oltre all’olio, anche le arance, per buona parte della mia vita.

È stato a lungo più forte di me: per anni non sono riuscita a mettere in bocca uno spicchio di arancio senza percepire contemporaneamente anche “l’altro” sapore.

In questo dramma della mia infanzia esisteva solo una piccola, malvagia, soddisfazione: per farmi sentire meno sola nella sventura, la mamma decise di associare anche i miei fratelli alla cura.

Non ne avrebbero avuto bisogno, ma furono costretti a seguire il mio destino.

Chissà quanto odio avranno provato!

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