Via Cesare Battisti: quella volta in cui scappai dall’asilo

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Non so bene perché, ma da un certo punto in poi  della mia vita di bambina, mi fu affibbiato dai miei genitori il soprannome di “Maria Pestizia”, dal momento che, secondo loro, dimostravo di essere un soggetto sempre pronto a macinare guai.

Una delle mie prime bravate – e anche una delle più narrate in seguito, davanti all’uditorio degli adulti – fu quella di evadere all’età di cinque anni, dall’edificio dell’asilo, di quella che oggi si chiama scuola materna.

Credo che tutto sia nato dalla tremenda gelosia nei confronti dell’ultimo arrivato, cioè, mio fratello.

Deve essere stata una gelosia tremenda, quella verso di lui, perché, per quanto io frughi nella mia memoria, non riesco a trovare immagini della mamma col pancione, segno che ci deve essere stata, da parte mia, una censura molto robusta.

L’unico concreto ricordo che ho, risale alla sera della fatidica nascita.

In quegli anni – siamo nel 1965 – si nasceva ancora in casa, almeno nei paesi come il mio. Non ho assistito all’evento.

Ricordo, però, molto bene che io e mia sorella fummo portate a casa della nonna e proprio lì ci giunse la lieta novella dell’intruso appena arrivato.

Già, perché questo divenne ai miei occhi: un intruso, un invasore, uno “spodestatore” di carriere filiali duramente acquisite.

A questo proposito mi venne data una triste conferma proprio il giorno successivo alla nascita, quando in casa arrivarono dei parenti, in visita alla puerpera ed al nuovo nato. Uno di loro, rivolgendosi a me, se ne uscì con una frase che fu per me una specie di De profundis: “Lo sai che adesso sei cascata dal sedione?” (cioè: “Lo sai tu, che fino a poco fa eri la più piccola e coccolata, che da questo momento in poi sei una che è caduta dal seggiolone ed il tuo comodo posto sarà occupato dal nuovo arrivato?”)

Deve essere stata una sofferenza tremenda, perché, ancora oggi, ricordo il punto della casa in cui avvenne il dialogo: eravamo in corridoio.

Di sicuro questa frase infelice dovette generare in me un grande, grandissimo subbuglio, ne derivò certamente un bisogno urgente di tenere sotto controllo costante la situazione, al punto da spingermi a fuggire dell’asilo due o tre mattine dopo.

Trovai anche un complice, che si prestò ad aiutarmi e fuggì con me: il figlio della levatrice. Non so come io sia riuscito a convincerlo, ma mi seguì nell’impresa scellerata.

Anche di quel momento ho ben stampata in mente un’immagine: io e lui che varchiamo quatti quatti la soglia del convento delle suore, all’interno del quale si trovava l’asilo. Ho anche molto netto il ricordo del mio sguardo, che si volge verso casa, per nostra fortuna distante solo poche decine di metri.

Quello che non ricordo, tuttavia è un elemento: l’espressione che di certo si è dipinta sul viso della mamma, nel preciso istante in cui mi ha visto varcare la soglia di casa.

Di sicuro, poi, saranno state botte.

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