Via Cesare Battisti: l’enciclopedia “Conoscere”

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Credo che ancora oggi -dopo più di cinquanta anni – sarei in grado di citare a memoria pagine e pagine dell’enciclopedia “Conoscere “.

I miei genitori – decisamente lungimiranti in questo senso – non buttavano mai soldi in stupidaggini, ci educavano ad una vita decisamente spartana. Nonostante ciò, riuscivano a trovare quasi sempre le risorse, quando si trattava della nostra istruzione.

Questa enciclopedia fu acquistata a rate, pagate puntualmente ogni mese, fino al compimento definitivo del piano dell’opera.

Il ripiano dell’armadio a muro su cui troneggiavano i volumi cominciò piano piano a riempirsi ed io, che, ogni volta che ne arrivava uno, me ne impadronivo finché non avessi terminato di leggerlo, ero entusiasta di questa nuova arrivata.

I volumi erano di color rosso vivo, con scritte in oro zecchino: erano libri grandi, ma non pesantissimi, non molto maneggevoli per una bambina come me, ma riuscivo comunque a trovare il luogo, il modo di sfogliarne uno da cima a fondo, quasi ogni giorno.

Li leggevo, li rileggevo, tornavo a parti già viste, per assaporarle di nuovo. Non smettevo mai di consultarli.

Erano riccamente illustrati; la parte iconografica, anzi, era di certo la più rilevante, rispetto al testo, e questo rendeva quei volumi irresistibili per la bambina curiosa che ero io in quegli anni.

Al loro interno si poteva trovare di tutto: dalla storia, alla mitologia, dalla scienza alla geografia. Era possibile leggere riassunti di opere di letteratura, c’erano resoconti dettagliati sulle grandi scoperte della scienza e della geografia.

Soprattutto, ricordo una grande attenzione alla descrizione degli individui che avevano inciso profondamente sulla storia dell’umanità, chissà, forse per spingere all’emulazione, o, semplicemente, per instillare modelli positivi nelle giovani menti dei lettori.

Per i miei occhi di bambina erano una miniera inesauribile: trascorrevo gran parte del mio tempo libero a sfogliare e risfogliare quelle pagine, perché non mi stancavo mai di andare a rivedere le storie che mi avevano appassionato, pur avendole già lette più di una volta.

Amavo in particolare le storie legate alla mitologia: la mia preferita era una doppia pagina che conteneva le immagini degli dèi dell’Olimpo, le figure femminili indossavano degli abiti “stile classico” che mi incantavano.

C’erano, poi, tutti gli episodi legati alla storia romana: Cincinnato, Clelia, Muzio Scevola, un po’ romanzati, ma molto piacevoli da leggere.

Mi piaceva sognare, di fronte a quelle storie incredibili, immaginare quasi che si svolgessero di nuovo davanti ai miei occhi.

Tutto quello che aveva a che fare con la medicina e le malattie, poi,  mi attirava e mi spaventava allo stesso tempo.

Chissà, ero già un’ipocondriaca in erba, ma assorbivo con avidità sintomi, prognosi infauste.

Per giorni, poi, dopo quelle letture mediche, ero terrorizzata dall’idea di avere, di volta in volta, la peste bubbonica, la scabbia, qualche forma tumorale.

In casa tutti mi prendevano in giro, per via di queste paure polimorfe. Ogni giorno un morbo diverso.

Io soffrivo davvero e pensavo stoicamente: “Vedrete quanto starete male dopo che sarò morta di peste (o di scabbia, di qualche altra tremenda malattia) e voi non avrete creduto alla mia malattia!”

E già immaginavo i pianti di tutta la mia famiglia, in preda ai più atroci rimorsi, per non avere dato peso all’ennesima – gravissima – malattia che pendeva sulla mia testa.

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