Via Cesare Battisti 23: Lóla

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Abitavamo al terzo piano di un grande palazzo.

I proprietari, o meglio, le proprietarie – madre e figlia – occupavano i due terzi di quel piano ed avevano affittato a noi la parte restante, che non era proprio piccola, anche se dopo poco venne addirittura ampliata.

Prima di questo ampliamento, in casa non c’era un bagno e per le necessità più urgenti c’era da fare un piano di scale, in cima al quale si trovava un terrazzino con un gabinetto. Di notte si utilizzavano i vasi da notte. Era una cosa del tutto normale, negli anni Sessanta.

Alla domenica ci si lavava a turno tutto nella tinozza, in cucina, dove si riscaldava l’acqua in grandi pentole di alluminio.

Il frigorifero – quando finalmente arrivò in casa – fu collocato nel corridoio.

Le nostre padrone di casa erano una vedova abbastanza ricca e sua figlia: trascorrevano parte del loro tempo nella casa che avevano a Roma.

Tra loro ed i miei genitori – nonostante la differenza di età e di provenienza sociale – nacque subito una forte simpatia, che si trasformò molto presto in un legame di amicizia e di affetto destinato a durare negli anni.

La signora aveva da pochissimi mesi perso suo marito – un ingegnere. Secondo mia madre era affetta da quello che lei chiamava “un forte esaurimento nervoso”, in seguito allo stress dovuto alla perdita del marito, alla lontananza dei figli che studiavano (perché, in realtà erano due, un maschio e una femmina, ma il maschio da anni viveva da solo a Roma), alla solitudine che scandiva la sue giornate.

In quel momento io avevo poco più di due anni, al massimo tre. Mia madre si doveva occupare,  oltre a me, di mia sorella, più grande di me di cinque anni.

Da pochi mesi aveva perso sua madre, aveva un negozio di ferramenta da portare avanti e, di sicuro, trovò naturale affidarmi a quella signora per buona parte della giornata.

Le mie due mamme erano entrambe alle prese con due lutti profondi.

Cominciò in questo modo la mia vita “dimidiata”: per parte della giornata vivevo in quella enorme casa, nella casa di Lóla, piena di mobili ed oggetti bellissimi, che non erano nemmeno pensabili e visibili nell’altra parte della giornata e della casa, quella della mia vera famiglia.

Quale era la mia”vera” casa? Non potevo saperlo, allora.

La “signora”, dunque, cominciò ad occuparsi di me: per me era Lóla, anche se il suo nome era un altro. Continuai a chiamarla così fino a quando fu in vita.

Tra noi si creò un rapporto di affetto tenace e di grande complicità: mi riempì, come era prevedibile, di piccoli e grandi vizi, che lei generò in me; c’era in lei un affetto profondo, una capacità innata di dimostrarlo, soprattutto nei gesti, nelle piccole cose.

Era una donna estroversa e simpatica, sempre pronta alla battuta, generosa ed accogliente.

La mamma era assolutamente diversa.

Era una donna molto severa, a volte manesca. Non ricordo da parte sua particolari ricorrenti gesti di affetto. La sua prima preoccupazione era la nostra educazione, volenti o nolenti che fossimo.

La differenza era enorme, per la mia piccola mente.

Ben presto mi ritrovai -come è facile immaginare – a preferire una casa rispetto all’altra.

Da una parte un affetto esplicito ed incondizionato.

Dall’altra affetto poco visibile – anche se presente – molte punizioni e poco tempo da dedicare ad una figlia piccola.

Non è un’accusa a mia madre, tutt’altro: in quegli anni le cose andavano in questo modo, non c’era molta attenzione per le ricadute psicologiche che esse avessero sulle persone. C’erano sicuramente altre urgenze, prima tra tutte mettere insieme le risorse necessarie per andare avanti.

Inoltre – e lo capisco solo ora – in quegli anni lei stava elaborando un lutto cocentissimo per la madre che aveva perso quando aveva solo venticinque anni. Ne aveva ventisei quando ero arrivata io. Una bambina, anche lei, che non riusciva a trovare spazio per un’altra bambina.

Forse era nel baratro della depressione, forse, semplicemente, non c’era tempo per fare tutto bene,  ma così sono andate le cose ed anche io, in quei miei pochissimi anni di esperienza, ho reagito come potevo.

Ho preso l’affetto di cui avevo un disperato bisogno, là dove lo avevo trovato.

Mi sono attaccata come una patella a chi mi ha dato affetto incondizionato.

E Lóla, nella sua casa me ne dava tanto.

Appena varcavo la soglia dell’altra casa diventavo una principessina circondata da mille attenzioni e da una valanga di affetto.

C’era da meravigliarsi se avrei preferito restare sempre lì?

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